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Si è costituito a Piacenza il Coordinamento Provinciale promotore della CAMPAGNA REFERENDARIA “L’ACQUA NON SI VENDE”. Al coordinamento piacentino partecipano numerosi dei soggetti (associazioni, enti, sindacati, movimenti, partiti) del costituendo Comitato Promotore Nazionale e del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Il coordinamento piacentino è un coordinamento aperto. Ad oggi, oltre a numerosi singoli cittadini, aderiscono: Arci, Legambiente, Rete Lilliput, Ass. La Pecora Nera, Attac Italia, Libera, i partiti della Federazione della Sinistra (Rifondazione e PdCI), i Verdi, Sinistra Ecologia e Libertà, Movimento 5 Stelle, Gruppo dei Grilli parlanti di Piacenza, Sindacati (CGIL, RdB P.I.). Il recapito per sapere dove firmare è presso la sede dell’ARCI in via Serravalle Libarna n. 5, tel. 0523.499601, CHIEDI INFORMAZIONI!
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gruppo FaceBook locale: L'ACQUA NON SI VENDE Piacenza ADESSO BASTA. SULL’ACQUA DECIDIAMO NOI! Perché un referendum? Perché l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Un bene essenziale che appartiene a tutti. Nessuno può appropriarsene , né farci profitti. L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali. Noi tutte e tutti possiamo impedirlo. Mettendo oggi la nostra firma sulla richiesta di referendum e votando SI quando nella prossima primavera, saremo chiamati a decidere. E’ una battaglia di civiltà: nessuno si senta escluso. Perché questi tre quesiti? Perché vogliamo eliminare tutte le norme che in questi anni hanno spinto verso la privatizzazione dell’acqua. Perché vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua. Cosa vogliamo? Vogliamo restituire questo bene essenziale alla gestione collettiva. Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene comune. Per conservarlo per le future generazioni. Vogliamo una gestione pubblica e partecipativa. Perché si scrive acqua ma si legge democrazia. Dai tre referendum un nuovo scenarioL’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente articolo 114 del Decreto Legislativo n.267/2000. Renderà possibile il ricorso alle aziende speciali o ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come servizio di interesse generale, senza profitti nella sua erogazione. Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge di iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 da Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un uovo modello pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadine e delle comunità locali. PRIMO QUESITO: fermare la privatizzazione dell’acqua Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis della Legge n.133/2008, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica. E’ l’ultima normativa in materia approvata dal Governo Berlusconi.Stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico - privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%. Con questa norma si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (su 92) che non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015. Abrogare questa norma significa contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici di questo Paese. SECONDO QUESITO: aprire la strada alla ripubblicizzazione Si propone l’abrogazione dell’art. 150 del decreto Legislativo n.152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), relativo a la scelta della forma di gestione e procedure di affidamento, segnatamente al servizio idrico integrato. L’articolo definisce come uniche modalità di affidamento la gara o la gestione attraverso Società per Azioni a Capitale misto pubblico privato o a capitale interamente pubblico. L’abolizione di questo articolo non consentirebbe più il ricorso né alla gara, né all’affidamento della gestione a società di capitali, favorendo il percorso verso l’obiettivo della ripubblicizzazione del servizio idrico, ovvero la sua gestione attraverso enti di diritto pubblico con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Darebbe inoltre ancor più forza a tutte le rivendicazioni per la ripubblicizzazione in corso in quei territori che già da tempo hanno visto il proprio servizio idrico affidato a privati o a società a capitale misto. TERZO QUESITO: eliminare i profitti dal bene comune acqua Si propone l’abrogazione dell’art. 154 del Decreto Legislativo n.152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa del servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Poche parole, ma di grande rilevanza simbolica e di immediata concretezza. Perché la parte normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si eliminerebbe il “cavallo di troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici, avviando l’espropriazione alle popolazioni di un bene comune e di un diritto umano universale.
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