Racconti contenuti nel 6 ° numero di 29febbraio

 

Requiem Risveglio
Gardenia Big in Japan (seconda parte)
  La ricerca del sole

 

 

Requiem

autrice: Sara

“Nessun genitore si aspetta di sopravvivere al proprio figlio. Nessun Sacerdote concepisce di sopravvivere al proprio Dio. E solo i Maestri più saggi ricordano che i Discepoli possono sempre sorprenderli.”

Al mio didascalh , ovunque egli sia

È passato... quanto? Una settimana? Un mese? O forse solo un giorno? Ormai ho perso la cognizione del tempo, non so più che giorno è, se è giorno o notte, forse sono solo poche ore... ma a me sembra una vita intera... che tu non ci sei più.

Fa male...

Il solo pensarlo fa male da morire, fa tanto male, e vorrei poter morire davvero così almeno ti potrei raggiungere.

Dicono che gli elfi possono morire dal dolore, che se la vita diventa un peso troppo grande per loro, la sofferenza li distrugge e li trasforma in fantasmi e poi svaniscono. Allora perché io sono ancora qua? Perché nonostante mi senta il cuore infranto e ogni singolo pezzo calpestato e ridotto in polvere, l’animo troppo pesante per riuscire a sollevare la testa, gli occhi talmente gonfi e stanchi da bruciare come fuoco vivo nelle tempie, perché nonostante io mi senta morta non lo sono? Che diritto ho io di vivere, che utilità posso avere io, viva, se non ci sei tu? A cosa mi serve avere imparato le lezioni, saper pulire, lavare, combattere, sapere i riti e le preghiere se colui a cui devo levarle non c’è più? A cosa serve una sacerdotessa se non ha un dio a cui votarsi?

Volevano portarmi mia, lontano dal tuo Tempio e dalla tua casa, volevano portarmi con loro a Palazzo, volevano portarmi via da te. Ma io sono rimasta qui. Ho urlato, ho gridato, hanno cercato di bloccarmi ma tu sai bene che non c'è modo di fermarmi: mi sono gettata al tuo fianco e nessuno è più riuscito a smuovermi. Così se ne sono andati. Vanno sempre via. Fanno sempre tutti così: se ne vanno e mi lasciano sola...

Ma tu no.

Tu non mi lasciavi mai sola. Eri sempre lì quando avevo bisogno, quando stavo male, mi abbracciavi forte e ripetevi che non avresti mai lasciato che nessuno mi ferisse, mi tenevi stretta finché mi calmavo poi mi guardavi e carezzandomi dicevi che non sopportavi di vedermi in lacrime. Nessuno aveva mai fatto una cosa del genere per me, a nessuno importava se esistevo, tu invece mi scacciavi perfino gli incubi, entravi nei miei sogni e mi raccontavi le tue strane storie.

E adesso invece...

Avevi giurato! Avevi preso il pugnale e senza esitare ti eri tagliato le mani e sul tuo sangue giurasti che non mi avresti mai lasciato sola, ovunque, dovunque e oltre la morte! Giurasti di proteggermi, di restarmi sempre vicino, che non avresti mai permesso a nessuno di farmi del male perché per te ero troppo importante, che mi avresti aiutato e guidato durante l’apprendistato...

“per diventare una sacerdotessa ti sono richieste quattro prove. Tre te le spiegherò man mano che le affronterai, mai prima, perché è vietato. La quarta vale per ogni sacerdote: dovrai affrontare il tuo maestro e tentare il più possibile di superarlo. Lui stesso giudicherà tale prova.”.

Parole tue.

Ma giuro, se avessi saputo cosa mi aspettava all’ultima prova... non avrei accettato. Non avrei mai accettato di vederti...

...morire...

Eri là... in piedi... con indosso l’armatura, splendente come il sole, il viso duro e severo, altezzoso, sprezzante, il volto di un Cavaliere, una maschera che celava chissà quale dolore, chissà quali pensieri, pensieri che io avevo imparato a riconoscere sul tuo viso triste di fanciullo ormai vecchio... E tu eri là, l’implacabile Cavaliere della Conoscenza, il Custode delle Porte dell’Ade, l’uomo più vicino a Dio, il mio maestro e tutore, e mi colpivi mi distruggevi mi uccidevi, colpo dopo colpo, solo perché avevo osato cambiarti, solo perché ero riuscita a trovare e mostrare il tuo lato umano e fragile, solo perché era la quarta prova e dovevamo batterci.

Per me era persa in partenza: come può un piccolo e giovane mezzo elfo senza poteri o forza anche solo pensare di essere alla pari del Cavaliere più saggio e potente nella sua stessa dimora, dove un dio è sempre più forte? Avevo paura di morire... e tu, lo sapevo, avevi paura di uccidermi, non volevi farmi male, temevi che il tuo ruolo e la tua armatura ti rendessero spietato solo per nascondere chi sei in realtà...

Un fanciullo.

Un bambino.

Un ragazzo così dolce e sensibile e buono...

Sembravi così piccolo di fronte alla vastità del mondo che “conoscevi ma non avevi mai provato”, sorridevi di semplice e vera gioia davanti a un dolce, ridevi insieme agli altri ragazzi, ti perdevi fra i sogni guardando le stelle, ogni più piccola cosa ti meravigliava e stupiva e ogni cosa era una nuova scoperta per te... provavi di tutto, come quando per imitare i “comuni mortali” ti ubriacavi, o andavi in giro vestito come un teppista, o ti perdevi a descrivere uno dei tuoi esseri mitologici assurdi, o passavi ore e ore con i tuoi giochini stupidi al computer e giocavi a Pacman pensando fosse Doom... E poi mi raccontavi storie, vecchie e vecchissime, leggende talmente antiche che nessuno le ricordava ed erano scritte solo sulle tue pergamene che tenevi sparse per la tua dimora, e mi istruivi, mi parlavi delle epoche passate, degli autori classici, dei motti e delle sentenze, volevi insegnarmi il greco e io ti facevo le linguacce urlando “giammai!!” ma poi ti chiedevo di leggere i tuoi papiri in quella lingua, e mi insegnavi come fare le libagioni, a recitare le preghiere, quali riti si dovevano eseguire nelle varie occasioni e ripetevi che un buon maestro si riconosce dal proprio allievo...

Io... adoravo ascoltarti. Come adoravo qualsiasi cosa tu facessi.

Mi piaceva ascoltare il suono sottile e dolce della tua voce, adoravo sentirti parlare delle cose che ti piacevano, sentire la passione che ci mettevi, come un bambino tutto occupato nei suoi giochi, il tuo modo speciale di sorridere...

Sorridevi.

Sorridevi sempre. Come se quella fosse la cosa più importante al mondo, come se fosse l’unica cosa che ti tenesse in vita, come se fosse l’unica cosa importante. E quando ti voltavi a guardarmi, dopo avermi raccontato uno dei tuoi pensieri profondi e mi sorridevi, io riuscivo a vedere ciò che quel sorriso nascondeva: un fanciullo triste.

Non eri altro che un fanciullo con alle spalle tanti dolori e un’immensa solitudine: anni passati in esilio, fra i mendicanti, fra i sapienti, in un ambiente ostile fatto di Cavalieri e armature vuote di sentimenti, capaci solo di tessere piani e tradimenti e guardarsi a vicenda in cagnesco, e tu fra di loro eri il più saggio ma anche il più sensibile, capivi il mondo e soffrivi al posto loro e ti isolavi mostrando una facciata dura, altezzosa e misantropa. Ma io vedevo quello che il tuo cuore sentiva, per me eri un libro aperto e potevo vedere ogni tuo pensiero.

Anche allora, durante quella maledetta prova, la tua voce mi urlava parole di disprezzo e odio, ma i tuoi occhi, sebbene chiusi, dicevano ben altro...

E mentre mi colpivi, con forza, con violenza, mentre distruggevi ogni cellula del mio corpo, anche se il dolore mi faceva scoppiare la testa e il sangue mi accecava gli occhi e non riuscivo a respirare, ciononostante lo vedevo bene: stavi soffrendo. Ogni colpo che mi davi faceva tanto male a me quanto a te, e forse di più... e quando hai lanciato il tuo colpo più potente, mentre la luce veniva verso di me e stava per uccidermi, e io sapevo che stavo per morire, per un istante lungo un’eternità vidi il tuo volto farsi triste, disperato e d’improvviso ti gettasti a rincorrere e superare il tuo stesso colpo, farmi scudo col tuo corpo e...

E...

E morire...

Morire al posto mio...

Perché non l’avresti mai fatto... non avresti mai voluto nemmeno sfiorarmi... per salvarmi ti sei ucciso, per non farmi soffrire... ma in questo modo... mi hai dato un dolore peggio re della morte... mi hai tolto l’unica persona che avessi mai amato...

Ho passato qui gli ultimi... giorni? A me sembravano vite intere di completa desolazione e solitudine, ma per il resto del mondo devono essere passati solo pochi giorni, una decina forse...

Hanno deposto il tuo corpo senza vita sul tuo letto, hanno ricompost o la tua armatura in un angolo della stanza e se ne sono andati. Io mi sono seduta per terra, ho appoggiato la testa sul letto, accanto alla tua mano, e ho pianto.

I miei incubi sono apparsi anche da sveglia, colpendomi come furie, torturandomi e distruggendomi, come se non fosse bastato vederti morire. Ho pianto, ho gridato, pensavo che sarei impazzita e l’ho anche desiderato: impazzire, cadere nell’oblio e svanire dalla coscienza, ma non è successo. Mi sono svegliata dopo un lungo sonno fatto di figure bianche e precipizi sul vuoto e tu eri ancora lì, immobile, come se stessi dormendo, come se in quel momento avessi potuto svegliarti e chiedermi cosa ci fosse a colazione. Non ti sei svegliato, e il mio animo era così appesantito... volevo solo toccarti ancora... ho allungato la mano, ho fatto per accarezzarti gli occhi eternamente chiusi e al solo tocco...

Non c’eri più.

Ti sei trasformato in cenere e non esistevi più.

È stato come se davvero tutto il Tempio mi cadesse addosso, come se fossi precipitata in un burrone senza fondo e il nero mi avvolgesse e la disperazione più cupa mi piombasse addosso tutta d’un colpo. Ho pianto. Ma non era semplicemente piangere, era la vita che usciva con ogni lamento, ogni respiro, ogni lacrima, un vuoto talmente desolante da... diventare un buco nero...

Non so per quanto sono rimasta lì, immobile, senza avere il coraggio di aprire gli occhi per non vedere che non c’eri più e piangere al solo pensiero, non so quanto tempo ho passato rannicchiata dove prima posava il tuo corpo. Mi sembrava di non aver fatto altro per tutta la vita: piangere e sentirmi sola.

E sognare.

Un... orribile incubo... uno di quegli incubi sull’Ade... quelli in cui rivivevo la terza prova... l’orribile ricordo di un viaggio fra i morti... ma non erano i morti la cosa più orribile... e non erano le ombre, la sirena lancinante e insistente, il fango di disperazione in cui arrancavi senza speranza, gli sguardi di fiammelle tetre ammiccanti nella penombra e il buio totale in cui l’unica luce era il riflesso di ossa bianche... no... il vero orrore era ben altro...

Stavolta, al mio risveglio, non ci saresti stato tu a scacciarmi gli incubi...

Ed io n on volevo più svegliarmi.

Un dolore lancinante mi pungeva la testa, tutto il mio corpo protestava e urlava per aver passato troppo tempo raggomitolato e i miei occhi così gonfi da pulsare; li ho aperti e mi sono ritrovata sola sul tuo letto disfatto.

Ma ancora per poco.

Presto loro torneranno per compiere i loro polverosi rituali e cerimonie per rinchiudere i tuoi ultimi cimeli ed esiliarti del tutto dai loro pensieri. Non so cosa faranno dopo, se eleggeranno un nuovo Cavaliere e lo porranno nella tua Casa a fare le tue veci, o se lasceranno vacante il posto in segno di rispetto o per pigrizia; di una cosa sono certa: non rimarrò qu i ad aspettarli. Anche se ora io sono una sacerdotessa, l’unico a cui ero devota e che volevo servire eri tu. Tu eri il mio guardiano e tutore, tu eri il mio maestro e melindonya, e nessun altro prenderà il tuo posto. Senza di te questo luogo mi è sconosciuto e ostile: tu eri l’unico che mi faceva sentire a casa e ora che non ci sei , io non ho più né casa né rifugio.

Non potrei sopportare gli sguardi freddi e vuoti di quelle armature piene di orgoglio, le ipocrisie di tutti quelli che ti chiamano amico e poi ti tradiscono senza ritegno, la freddezza del Santuario e la falsa libertà del Palazzo. Non ho legami qui, questo ormai non è più il mio mondo né il mio posto, sono diventata un’estranea in terra straniera.

Scomparirò. Me ne andrò lontano, non so dove, ma ovunque io andrò porterò al collo il pegno del tuo giuramento, nel cuore il tuo ricordo e nell’anima la speranza di raggiungerti. Perché tu una volta giurasti che non mi avresti mai abbandonato e nonostante tutti gli altri ti ritengano spergiuro e traditore, io so che tu non lo sei; e poiché anch’io quella volta giurai di starti vicino, ho deciso che seguirò i tuoi insegnamenti, le tue tracce, i segnali della tua presenza e del tuo ricordo e alla fine ti ritroverò.

Perché un dio non può morire , finché c’è qualcuno che crede in lui.

 

Gardenia

autore: KUZUNOHA

 

“Alcuni racconti sono belli perché scritti bene, altri perché hanno trame avvincenti o personaggi accattivanti, il racconto che sto per narravi ha tutto ciò e qualcosa in più, la capacità di toccare il cuore parlando di amore e di speranza “

“Devi proprio partire?” gli occhi di lei eran colmi di lacrime che non osava versare…

“Lo sai…Amore, non posso restare… il mio cuore odia la guerra ma certo il Re non mi permetterebbe mai di restare e sottrarmi ai miei doveri…”

Il giovane era goffo d impacciato nella sua lucente armatura nuova…

Lei singhiozzò in silenzio, stringendosi a quel freddo metallo…

“Ascolta , mia Diletta …Ti ho portato un dono… E’ piccola cosa ma spero ti ricorderai di me guardandolo…”

“Non ho bisogno di doni per ricordarti !” disse lei , ferita.

“Non….non intendevo questo – rispose , abbattuto , il cavaliere - Scusami…io…

non sono bravo con le parole…Ma…vuoi accettarlo per amor mio?” e porse alla fanciulla

uno strano involto.

Lei lo prese con delicatezza e lo aprì lentamente:

“Un Fior d’Amore !!!-esclamò gioiosamente stupita , guardando la piantina dalle lucide foglie verde cupo e dai candidi fiori – Come sei riuscito ad averlo ???”

Lui arrossì , compiaciuto come un bambino:

“Io… l’ho chiesto a sua maestà la regina…per te…nessuna altra dama ne possiede uno …”

“Vieni, allora, mio Signore – disse la fanciulla prendendolo per mano e trascinandolo verso il centro del verziere – vieni… piantiamolo insieme…”

La piantina fu posta a dimora dalle loro mani amorevoli…ed il loro ultimo abbraccio profumò di terra, sole e di …Gardenia.

 

Scorrevano le stagioni…La guerra non finiva mai…

 

L’armatura del giovane cavaliere non era più integra e lucente ma ammaccata e lorda di ruggine

e sangue rappreso…

E la sua anima non era più limpida e piena di grandi ideali…ma spezzata da tutto il male visto

e commesso…

Continuava a fare il suo dovere senza più illudersi, ormai, che qualcosa, qualunque cosa,

potesse giustificare tanto orrore.

 

E il tempo fluiva, implacabile…

 

Un giorno un vagabondo giunse nel paese dei due giovani…

Era lurido e coperto di croste… la barba e la capigliatura sembravan nido di selvatiche creature…

E gli occhi eran quelli di un folle…

“Morti…tutti morti…- bofonchiava ossessivamente tra se e se - tutti fatti a pezzi…sangue…sangue dappertutto… tutti morti… perché io no?”

Questa era la domanda che lo ossessionava e che lui poneva a chiunque gli desse ascolto:

“Perché io no?”

Ma nessuno sapeva dargli risposta…

Giunse ad un crocevia e si sedette, confuso, su di un masso al limite del viottolo più stretto e fissò,

senza vederlo, l’alto tiglio che si ergeva davanti a lui…

Poi…qualcosa catturò il suo sguardo…e la sua attenzione malata…

Una farfalla bianca?

Allungò la mano e fermò il volo di un petalo candido…

Lo osservò incuriosito…

Poi ne vide volteggiare un altro…ed un altro … ed un altro…parevan la spuma sulle onde d’un ruscello.

Come un bimbo si ritrovò a risalire la corrente dello strano fiume aereo verso la sua fonte fatata…

 

Una folta siepe gli sbarrò il passo…ma fu uno scherzo per lui riuscire ad oltrepassarla…

Continuò a seguire le sue volteggianti, candide, guide…

Non notava nulla altro di quanto aveva intorno…

Ma…ecco…una radura… ed al centro… che albero splendido…coperto di fiori dal candore abbagliante e dal profumo soave…

Il vento faceva turbinare i petali donati dai fiori, come mille farfalle impazzite…

 

Il folle alzò gli occhi …

Fissò la fioritura incantata…e sorrise

 

Ora sapeva perché lui era sopravvissuto…

 

Si girò lentamente…

E Lei era lì ad attenderlo.

 

Risveglio

autrice: Tanja Guidoreni

 

La nebbia era fitta tra gli alberi scheletrici e la poca luce della luna rendeva l’ambiente simile ad un inquietante incubo, tutto era grigio e cupo, la foresta muta sembrava morta in quella notte d’inverno. Lentamente la foschia si disperse e un lago apparve fra gli alberi. Una ragazza con lunghi capelli di fuoco e un leggero vestito rubino stava danzando su di esso. I suoi piedi nudi descrivevano ampi cerchi sul ghiaccio, unica forma di vita in quel mondo morente. Sembrava scintillare illuminata dalla luna mentre volteggiava leggiadra e armoniosa. Improvvisamente si fermò, le braccia rivolte verso il cielo stellato, ed iniziò a cantare. La sua voce accarezzava leggera e densa le acque gelide del lago, abbracciava gli alberi morti risvegliandoli al mondo…la nebbia per un istante tornò a salire ma dopo poco il lago tornò ad essere rischiarato dalla luce notturna. Dove poco prima c’era la fanciulla era apparsa una statua di vetro, raffigurante due amanti abbracciati.

 

“Questo è ciò che sogno ormai da una settimana…”

La ragazza tacque…ora non le rimaneva che attendere, ascoltando la brezza primaverile sussurrare fra le fronde degli alberi.

Da quando era stato istituito, il Consiglio aveva sempre avuto luogo ai piedi della Sacra Quercia. Iniziava all’alba del primo giorno di primavera e durava fino al tramonto della settimana successiva, in quei giorni gli Anziani ricevevano chiunque si presentasse loro dinanzi a chiedere udienza.

La fanciulla si mise a sedere di fronte a loro e chiuse gli occhi, chiedendosi come fosse possibile sentirsi stremata e rilassata allo stesso tempo.

Raccontare quanto le stava succedendo aveva tolto un grosso peso dalle sue spalle, ma presentarsi davanti al Consiglio le era costato tutto il suo coraggio.

Respirando l’aria densa dell’odore di erba fresca e di fiori appena sbocciati si sentì scivolare lentamente in un dolce dormiveglia. Erano giorni che non riusciva a dormire a causa di quel sogno e ora la stanchezza stava prendendo il sopravvento.

Una voce brusca la riscosse:

“Jelena, mi ricordo di te… nella mia capanna, durante la Notte della Scelta, tu indicasti un oggetto. È quella la statua che vedi nel tuo sogno?”

“Sì Madre.”

L’Anziana la fissò, i suoi occhi argentei erano ancora più duri e gelidi di quanto lei ricordasse, le sembrava di sentire quello sguardo di ghiaccio dentro al cuore, intento a scoprire i suoi segreti.

L’esame finì all’improvviso, Jelena non riuscì a capire cosa avesse visto in lei la donna, quanto avesse scoperto… sapeva solo che ora poteva tornare a respirare.

“Hai intenzione di raccontare anche il resto o intendi mantenere il segreto? Neghi la verità solo a noi o la celi anche a te stessa?”

La fanciulla sorrise, non riusciva ad essere sorpresa, non appena quegli occhi si erano posati su di lei aveva capito che l’Anziana avrebbe scoperto tutto.

“Venerata Madre, la prima volta che vi incontrai rimasi impressionata dalla vostra forza e dal vostro potere, dovevo capire che avreste letto il mio segreto.”

Jelena volse lo sguardo su tutto il Consiglio, una silenziosa richiesta di perdono le brillava negli occhi, e proseguì:

“Dopo il sogno cominciai a notare dei cambiamenti in me… cose di poco conto all’inizio, semplici ombre negli occhi della gente, ma notte dopo notte quelle visioni aumentarono. Ogni volta cadevo in dormiveglia e mi ero illusa che si trattasse solo di mancanza di sonno, poi ho scoperto che concentrandomi potevo “vedere” a mio piacimento. Qualcosa si è risvegliato in me, un potere sconosciuto e incomprensibile, che mi terrorizza: io guardo una persona e vedo la sua vera natura, nel bene e nel male…ed è spaventoso.”

L’Anziana fece un gesto e una ragazza si fece avanti, portandosi al suo fianco.

Era alta e slanciata, vestita con una candida tunica che le lasciava scoperte e le spalle con i capelli raccolti in una lunga treccia. Al collo le brillava una pietra sanguigna.

“Dimmi cosa vedi in lei…” disse la donna.

Per un attimo Jelena restò sbalordita, riconoscendo a fatica nella nuova venuta la Prescelta, colei che due mesi prima aveva scelto il fuoco, diventando così la discepola della Madre.

“Sono felice di rivederti, anche se mi sorprendi… tu sei un dr…”

L’Anziana mosse una mano e la fanciulla tacque.

“Ciò che non credevo possibile sta avendo inizio .” disse, quindi si voltò verso la sua discepola:

“Lyra vai alla nostra capanna e recupera la statuetta che questa ragazza ha visto in sogno.”

Senza dire una parola la ragazza si inchinò agli Anziani e corse via.

Il Consiglio non riusciva più a capire cosa stesse succedendo, un silenzio imbarazzato aleggiava ai margini della foresta e negli occhi dei Saggi vi erano solamente domande…

Jelena iniziò ad agitarsi, se nemmeno loro sapevano cosa le stava succedendo, chi avrebbe potuto aiutarla?

L’Anziana si voltò verso i membri del Consiglio:

“Nessuno di voi può ricordarlo, troppo tempo è passato da allora. Un tempo esistevano tre Custodi dei Misteri nel villaggio, una scomparve nella Sacra Foresta e un’altra morì senza aver trovato una discepola, restò solo colei che un tempo portava quello che ora è il mio fardello…”

Un uomo si alzò e le si avvicinò .

“Stai parlando dell’antica leggenda… ci stai dicendo che…”

“Sì, a quanto pare gli antichi Poteri si stanno risvegliando, ed è per questo che ora, con mio grande rammarico, vi devo chiedere di andarvene. Il tramonto è passato da molto e questo è un argomento che non vi compete. I Segreti devono restare tali, per il bene del villaggio e di tutti gli uomini.”

L’affermazione piombò sugli Anziani col peso di una montagna, lasciandoli sbalorditi e offesi, quella donna si stava dichiarando superiore non solo a loro ma addirittura al Consiglio! Si arrogava il diritto di decidere per l’intero villaggio e ciò non poteva essere, loro non l’avrebbero permesso!

Iniziarono a protestare con veemenza mentre l’Anziana si avvicinava per cercare di ragionare con loro, sperando di non averli offesi al punto da dover ricorrere a soluzioni estreme.

Jelena, seduta silenziosamente in disparte, era stata completamente dimenticata, al punto che quando entrò in trance nessuno se ne accorse.

I suoi occhi divennero ciechi per pochi attimi, poi la visione esplose impossessandosi di lei: vide i volti degli Anziani sfigurati dall’orgoglio ferito, li vide trasformarsi in mostri neri ed informi mossi da rabbia e sdegno, con le menti chiuse a qualsiasi parola o ragionamento.

In quella melma oscura c’era però una piccola sfera brillante e Jelena intuì che in essa era racchiusa la vera natura degli Anziani, imprigionata dall’ira momentanea. Sapeva che avrebbe dovuto rivolgersi ad essa per far vedere loro la verità, ma non sapeva come fare. L’impotenza la sommerse, assieme ad una feroce rabbia verso la propria ignoranza, poi la visione la riprese e i suoi sentimenti vennero cancellati da ciò che vide.

Un enorme drago, alto e regale, sovrastava il Consiglio, le sue scaglie sembravano lava liquida e brillavano alla luce del sole, dalle sue fauci nacque una lenta melodia ed improvvisamente i mostri tornarono ad essere uomini.

Jelena si ridestò dal dormiveglia.

Gli Anziani si stavano allontanando tranquillamente, chiacchierando fra loro, e solo l’Anziana Madre le era rimasta vicina.

Sembrava affaticata, con il respiro affannoso e le mani tremanti.

Jelena le si avvicinò e la prese sottobraccio, aiutandola a portarsi sotto l’ombra fresca di una quercia.

“È stato più faticoso di quanto ricordassi, ho esaurito quasi tutta la mia forza per un semplice incantesimo. Il tempo sta avanzando implacabile per me, ma sarà ciò che dovrà essere, ed almeno ho una Discepola. Sì, la ruota sta girando ed in fondo è liberatorio sapere che non porterò questo peso ancora per molto.”

Un lieve sorriso nacque sul suo volto alla vista dell’espressione smarrita della fanciulla.

“Bambina, posso solo immaginare la tua confusione… sola, a gestire un potere che non conosci e senza alcuna Maestra. Cercherò di aiutarti, ma non posso fare molto per te, non conosco i misteri del tuo sapere. Posso solo donarti ciò che è tuo per diritto… mi dispiace.”

Jelena scosse la testa, come a negare in silenzio quell’ultima affermazione e l’Anziana non aggiunse altro. Rimasero vicine sotto l’albero a guardare gli ultimi raggi del sole giocare tra le foglie.

Lyra le raggiunse poco dopo portando fra le braccia la statuetta avvolta nella pelle di un daino.

“Madre vi ho sentita usare il vostro potere, state bene? Cosa mai ha potuto spingervi fino a quel punto?”

“Shhh… taci la domande e quieta la curiosità, almeno per ora. Sto bene, avremo tempo più tardi per parlare, ora porgimi la statuetta per favore.”

L’anziana donna svolse la statua dal panno e l’innalzò verso il cielo. A quell’ora della notte, quando il sole era già sceso e la luna non ancora sorta, il liquido argenteo brillava come una piccola stella cullata da due amanti abbracciati.

Jelena la guardò incantata, tutte le sue speranze erano racchiuse in quella piccola scultura ora che la Madre aveva detto di non poterla aiutare. Sapeva che non appena l’avesse avuta fra le mani tutto le sarebbe stato chiaro, qualunque paura, ogni dubbio o incertezza, sarebbero svaniti con quel contatto.

Lì era la fonte della conoscenza sul suo Potere, la fine di incubi e visioni, la tranquillità e la pace.

Si fece avanti e lentamente pose le mani tremanti su quelle della donna, per poi portarsi la statua al seno.

Restò in silenzio a lungo, gli occhi chiusi, le dita che accarezzavano il vetro poi lentamente le lacrime iniziarono a scorrere sul suo viso.

“Niente… non sento niente…” con sguardo rassegnato Jelena si volse verso l’Anziana: “Ed ora?”

“Ora andiamo a dormire, e domani ne riparleremo. Devono esserci libri da consultare tra le mie cose, scritti dell’ultima Anziana con i tuoi poteri… vieni con noi, nella capanna staremo un po’ strette ma riusciremo sicuramente a trovare un posto comodo dove farti riposare.”

“No Madre, ti ringrazio, ma ho bisogno di stare sola per pensare un po’ e ritrovare me stessa, inoltre ultimamente non amo particolarmente dormire…”

Lyra si fece avanti, abbracciandola: “Sei sicura? So quanto possa spaventare avere un potere che non si riesce a gestire e tu non hai nessuno a cui chiedere consiglio, hai bisogno di una notte di riposo, potrei darti una delle nostre pozioni .”

“Ti ringrazio, ma è meglio così, davvero.”

Così dicendo Jelena sorrise tristemente alle due donne e si allontanò inoltrandosi nel bosco.

Vagabondò senza meta fra gli alberi, la mente persa in un mondo interiore fatto di nebbia e fate danzanti, fino a quando si trovò sulla riva del lago.

Si ridestò come da un sogno e si accorse che la nebbia non era solo dentro di lei, ma che aveva coperto tutto nel raggio di chilometri. Era difficile capire dove finiva la terra e dove iniziava l’acqua.

Jelena si accucciò fra le radici di un albero, la statua sempre stretta a sé, si coprì con il mantello e chiuse gli occhi. Si sentiva esausta e svuotata da ogni emozione, un guscio vuoto senz’anima.

Il sogno tornò, come tutte le notti.

La nebbia, la morte, il fuoco sul ghiaccio, tutto uguale, eppure questa volta tutto era più vicino, lei era nel sogno, in piedi sulla riva del lago. Sentiva il freddo gelarle il corpo, nell’aria l’umidità si univa all’odore intenso di muschio e finalmente Jelena poteva vedere gli occhi della fanciulla danzante. Occhi giallo oro, pieni di saggezza e comprensione. Lei sapeva e stava usando quella conoscenza per lanciarle un richiamo.

Si spinse sulla lastra ghiacciata, attratta irresistibilmente da quella rossa figura.

“Finalmente… credevo avresti capito prima.”

“Tuttora io non capisco, ho mille domande nel cuore, non so nemmeno perché il sogno sia cambiato dalle altre volte, forse perché ora ho la statua?”

“Ancora non ti è chiaro? Quell’oggettino non conta nulla, è solo un segno ed i segni non hanno potere. Tutto nasce dal cuore e dall’amore. Tu vedi la verità negli uomini, riesci a superare le maschere che pongono fra il mondo e loro stessi, giungendo alla loro vera essenza, e crescendo riuscirai a far vedere tutto ciò anche a loro, se e quando lo vorrai. Questo è il tuo Potere.”

“Cosa c’entra tutto questo con l’amore?”

“Sono in molti a credere che l’amore renda ciechi, impedisca di vedere i difetti di chi si ama, ma quello non è amore, è infatuazione, venerazione… no, l’Amore, quello vero, verso chiunque, sia il tuo compagno, il tuo amico o tuo fratello, vede i difetti, conosce ogni pecca e la accetta per quello che è, parte integrante della persona che si ama. L’amore vive con la conoscenza reciproca e non esiste conoscenza senza verità. Capisci ora il legame che li unisce? Bisogna avere un’immensa capacità di amare per riuscire a conoscere la vera natura degli uomini, bisogna saper capire che in ogni persona esistono bene e male e che questo non li rende migliori o peggiori di altri, ma solo se stessi. Questo è alla base del tuo Potere.”

“Ma…”

Jelena non riuscì neanche ad iniziare la frase, la rossa fanciulla era sparita in un rivolo di nebbia. solo la sua voce aleggiò per un attimo ancora .

“Ci sarà un Tempo in cui i Tre Grandi Poteri si risveglieranno ed allora la Verità racconterà il Mondo, la Natura indicherà la Via ed il Grande Antico la percorrerà. Sii pronta a svolgere il tuo Compito…”

Jelena si svegliò dal sogno con il viso inondato di lacrime e l’anima piena di angoscia. Per un attimo si sentì spaesata, la nebbia era scomparsa e non si trovava più fra le rassicuranti radici della quercia , era nel bel mezzo del lago ghiacciato e stringeva al petto la statua.

Si allontanò lentamente e tornò al Villaggio.

 

Big in Japan (parte seconda)

autore: Fabio Mallero

 

Asuma in quel tempo lavorò per diventare un dominatore, non amò nessuno. L’unica idea che in tutti quegli anni si faceva lentamente strada nella mente del giovane era quella di avere un potere quasi carnale sulla città che lo circondava. L’idea di riuscire a governarne ogni fibra criminosa ed amministrativa dava ad Asuma una sensazione non dissimile a quella di passare delicatamente una mano sul corpo di un’amante. La consapevolezza di poterla dominare ed usarla in ogni modo, dai recessi più reconditi delle sue strutture clientelari fino alla violenza più scoperta.

 

Al vertice dell’imponente ufficio, Asuma tremò, ricordando il giorno in cui vide per la prima volta la Città stendersi ai suoi piedi. Il giorno in cui sentì i muscoli del suo collo irrigidirsi, tesi, dinnanzi allo spettacolo di asfalto-cemento-vetro-acciaio che si slanciava superbo nell’aria e scavava senza posa nella terra.

Ricordava bene la sua entrata nell’ampio ufficio, subito dopo aver scavalcato il corpo sanguinante della segretaria-geisha del Presidente. Un colpo di mano interno nella gerarchia Yakuza… orchestrato nei minimi dettagli, se ben ricordava.

Ricordava la figura informe e fredda del presidente, seduto sulla poltrona voltata verso di lui. Immaginò che il presidente avesse commesso seppuku per vigliaccheria o profondo senso del disonore subito…

…Lo aveva invece trovato immobile, il viso congelato in una smorfia di dolore (oh, era così irreale, pensare che quell’uomo di acciaio avesse potuto provare dolore!) che andava via via sciogliendosi nel rilassamento dei muscoli che segue l’attimo del trapasso.

Nei suoi ricordi, Asuma avanzò verso la scrivania, molle e leggero come un gatto giocoso, il mitra abbassato al fianco: un passo, due passi, tre…

Si bloccò. Per un momento provò un attimo di PURO terrore, quando vide che non una ferita segnava il corpo dell’uomo. Sapeva bene che non si sarebbe mai avvelenato per uscire dalla scena. Ma la cosa che trovò più aberrante in quel breve attimo –e che a distanza di anni il suo subconscio rigettava- era l’espressione del volto. Un misto di sconvolgente, frustrata ed impotente delusione… la stessa espressione di un bambino a cui veniva rivelata la realtà su Babbo Natale.

Pazzesco. Pensò nell’attimo presente e nei suoi ricordi.

“Non poi così tanto” sussurrò, anni addietro, una voce flebile alle sue spalle.

Asuma si volse di scatto, trasalendo, e dimenticando qualsiasi ragionevole precauzione lo fece senza puntare il mitra.

Ma non v’era nessuno…

Forse già da quel giorno la sua mente aveva iniziato a vacillare? Ma perché??? Non aveva avuto nessun rapporto col suo capo tale da condurlo alla pazzia, nel caso l’avesse ucciso… ne era sicuro, avendo orchestrato la sua morte per due lunghi anni, calcolando ossessivamente TUTTO, anche le possibili ricadute psicologiche sul suo io depravato.

Ma finalmente era lì, dopo anni di frustrazione e crudeltà passati a covare la sua vendetta. Finalmente sovrastava un mondo di luci elettriche e ombre dell'anima.

Solo.

SOLO!

Vibrò un pugno rabbioso contro il vetro blindato, le nocche si spaccarono lordandone di sangue la superficie lievemente appannata dalla bruma del suo respiro.

Ma appena l’ultima vibrazione del vetro si disperse del tutto, qualcosa di vicino all'inesistente sfiorò il limite più lontano della sua sfera percettiva.

Poteva essere l'eco della falena che sbatteva panica contro la porta a vetri centoventidue piani più in basso.

Poteva essere il ricordo del rantolo di una delle sue vittime sfuggito all'inferno.

Poteva essere un pensiero latente e masochistico che l'avrebbe portato alla distruzione.

Poteva essere l'aria spostata dal battito di ciglia di una studentessa innamorata nella mattinata seguente.

Ma non era niente di queste cose o forse ne era una sublime summa, moltiplicata ai limiti dell'inconoscibile, da un ragioniere distratto e stanco il cui claustrofobico cubicolo non era altro che il nostro illimitato universo.

Senza una precisa ragione si voltò verso l’entrata dell’ufficio, e La Vide.

Una figura longilinea, dinoccolata, dai fianchi stretti e femineamente accennati, spalle larghe ma prive di muscolatura, un caschetto di capelli neri che scalavano dal capo fino a fondersi col collo sottile e bianco. Un maglione antrace, più immaginato che visto, pantaloni dello stesso colore, ampi come quelli dei sacerdoti scintoisti o di qualche fanatico di hip-hop.

Era impossibile definirne sesso, natura o età, visto che la creatura aveva tutte le caratteristiche delle Creature Che Popolano I Sogni dei Sognatori Inquieti: è inutile cercare di afferrarne una linea che le definisca, poiché appena messa a fuoco essa si torce flebilmente per assumere forma o idea lievemente diversa, e TUTTE le linee vicine la seguono, generando un Effetto Domino che riscrive l’intero Apparire ed Essere della Creatura.

“Dinamicamente Indefinibile.” Sentenziò, in ultima analisi, il pensiero di Asuma.

La bocca della creatura sembrò spalancarsi per parlare o storcersi nello sforzo di una comunicazione psichica o tossicchiare per schiarirsi la voce o vomitare fuori uno spirito invisibile per comunicare o…

Asuma strinse gli occhi sudando freddo : era come essere nel sogno di uno studente la notte prima degli esami.

Ma quindici volte più veloce.

"Io sono Tokio."

L'apparizione fremette, mentre sussurrava questa frase, autodefinendosi, vibrando caotica in tutte le sue Linee improvvisamente imbrigliate in contemporanea. Si scisse in miriade di forme e persone, suoni e voci, per poi riformarsi istantaneamente nella precedente unità di forma.

"E sono..."

E ancora la figura si compose e riformò seguendo un ordine sotteso nelle sue parole. Connotandosi Madre, Prostituta, Studentessa, Artista, Guerriera… seguendo in un ordine forse casuale le evoluzioni della vita delle persone.

"Gentile e falsa."

Una miriade di svolazzanti farfalle-immagini dalle ali di petali di memoria, rimandarono i sorrisi accennati di studentesse e segretarie, i tenui gesti di approvazione delle geishe più giovani e i sorrisi ben visibili delle commesse.

"Rasento Perfezione e Caos."

Le ali di farfalla divennero lame-specchio e centinaia di riflessi taglienti mostravano la perfezione marziale asservita al caos della guerra e il caos della pace portare alla perfetta stasi dell’abitudine.

"Bella e crudele."

Una valanga di sospiri d’amanti tradite schiacciò Asuma al suolo, pesanti come la depressione di un lottatore di sumo, per essere subito rialzato dalla gelida purezza delle tragedie che seguivano i pianti più veri.

"La tua amante."

Asuma vide emergere, dal caos d’immagini in mutamento davanti a sé, una forma distinta. Udì preghiere divenire sospiri, suppliche amorevoli richieste. Un tumulto di luci ed ombre iniziò a dare forma a una figura avvolta in un kimono d’ombra, decorato con le luci delle insegne al neon. Una massa d’ombra divenne nero tenebra, gonfiandosi ed alzandosi, rivelando un viso irrealmente candido, un collo sottile e le spalle di una donna dal fascino lunare.

Negli occhi enormi, neri come la pece, danzavano macchie di luce bianca, riflessa dai lampioni delle strade.

Sopra al viso di pelle bianchissima e di lineamenti delicati ed eterei come haiku , si stringeva una complessa acconciatura di fili di tenebra, fermata da pettini cromati.

"La tua assassina."

La visione coagulò, divenne più solida e reale e il giovane Yakuza si ritrovò all’entrata suo ufficio, la scrivania ed i mobili spostati ordinatamente in un angolo, mentre la vetrata…

Asuma soffocò un grido dentro di sé mentre vedeva sé stesso di spalle, oltre la vetrata, fisso a centinaia di metri sopra la città mentre stringeva una katana infoderata.

Il suo doppio, vestito di nero, si voltò con un sorriso beffardo e percorse la decina di metri che lo separava dall’edificio.

“Ed eccomi qui, proprio come tu mi hai sempre desiderato in questi lunghi anni, Asuma.”

 

Proferì il suo doppio aldilà della vetrata.

“Un’amante folle, desiderosa di saziarti…”

La creatura sguainò la spada.

“Desiderosa di ricambiare il tuo violento amore e la tua cupidigia di morte con la stessa orza e qualità…”

Il doppio cadde in ginocchio sul nulla.

Asuma non poté fare altro che seguirne suoi movimenti con precisione orrenda, come il riflesso di ciò che si trovava nell’aria a qualche metro innanzi a lui, stringendo nelle mani un’immaginaria katana.

“Unisciti a me, Asuma,

come hai sempre desiderato.”

Il riflesso di sé stesso volse la katana verso di sé. Asuma fece lo stesso con la sua spada inesistente, come un mimo consumato.

“Sentiti un amante usata come mi sono sentita usata io.”

La spada oltrepassò i muscoli addominali del riflesso nel vetro, mentre un fiore di sangue esplodeva nella bocca di Asuma.

"Io sono Tokyo e sono folle e crudele."

Solo in quel momento si accorse che una katana gli stava trapassando l’addome e le sue mani –orrendamente calme- l’aiutavano a tracciare il percorso di un rituale stabilito secoli e secoli prima.

Il riflesso del doppio, il doppio nel riflesso, alzò brevemente il capo, sorridendo placido… Infine rantolò, evaporando nell’aria mentre le mani di Asuma terminavano di inciderne le carni.

[…]

Il corpo freddo e atletico di Asuma fu ritrovato il giorno dopo, vestiti e moquette divenuti una cosa sola nel coagularsi marrone-liquame del sangue.

Sul viso cadaverico vi era un'espressione ferma, marziale… ma il rilassamento dei muscoli lasciava appena intravedere i rimasugli dell'espressione di imperscrutabile rapimento che la sera prima aleggiava sul suo volto.

Gli intestini, sparsi sul pavimento, formavano un rivoltante mucchio di carne maleodorante, su cui il cadavere giaceva.

“Pareva quasi avesse trovato un modo per fottersi da solo.” commentò la sera stessa un poliziotto.

La città aveva contraccambiato il suo crudele amante con la stessa infame passione.

"Io sono Tokyo e sono folle e crudele … come hai sempre desiderato.”

 

La ricerca del sole

autore: Simone Hsu

 

“Si racconta che in terre lontane gli elfi vivano indisturbati per secoli, la loro natura immortale li differenzia da altre razze, la loro saggezza è riconosciuta da tutti i popoli, si narra anche che un elfo ami una sola volta nella sua vita…”

 

Perché sei così sfuggente? Perché, nonostante tutto, il mio pensiero corre sempre su di te? Chi sei tu per meritare il mio dolore e la mia pena? Come può Elonna accettarti come suo figlio?

La nostra storia era sbagliata dal principio, mai si era vista una cosa simile nella terra degli elfi e mai sarebbe dovuta nascere! Abbiamo portato l’onta sulle nostre famiglie, macchiato di disonore i nostri casati, offeso la nostra Dea e le leggi della natura che Ella rappresenta. Le mie canzoni parlavano di prati fioriti e fate danzanti su fiumi e laghi, ora… mi chiamano il Bardo dannato, ogni mia canzone, per quei pochi che ancora mi ascoltano, narra di paesaggi invernali e pianure nebbiose, di tetre terre e sconfinati deserti.

Una volta c’era il sole, il suo tepore scaldava le mie membra, ma questo non mi bastava. Volevo qualcosa di più… un sole più grande, più caldo che mi bruciasse in un impeto travolgente. L’ho cercato per tempo immemore, ho cantato le mie canzoni in locande e accampamenti, ho portato la storia degli eroi elfici per tutto il mondo, ho narrato la magia dei gesti e delle fate… con le mie parole incantavo cuori e con il mio sguardo ammaliavo l’animo. Ciò che cercavo era ben oltre tutto quello che possedevo o che avrei potuto ottenere così semplicemente. Mi sono spinto oltre le terre conosciute, ho cercato oltre la sottile linea dell’orizzonte, galoppando sul mio destriero fino a luoghi di fantasia dove soltanto i più folli si sono recati. In quei luoghi infiniti, in quegli spazi immensi dove gli elfi arroccati nei loro credi non sono mai giunti, ho trovato la risposta alle mie domande. Ho trovato il mio sole, il fuoco che mi ha bruciato e che ancora continua ad ardere le mie deboli ossa. Inaspettato anche lui mi cercava per ascoltare le mie canzoni e ballare con me attorno al fuoco. La dolce litania che lentamente ci trasportava accompagnati dal vento primaverile divenne una frenetica rapsodia. La foglie degli alberi secolari fremevano e i nostri corpi si fusero, intrecciammo le nostre essenze fino a sublimare nella notte stellata baciati dalla luna piena. Tornai nella mia terra natia portandoti al mio fianco, tu eri il mio vanto, tu eri il mio desiderio realizzato. Nel mio bosco però, tutto fu diverso. Nulla rimase come lo avevo immaginato. Non ero più adorato dalla gente, ma schernito. Non ero più importante, ma una nullità da ignorare. Esiste un sentimento peggiore dell’odio ed io l’ho sperimentata sulla mia pelle: l’indifferenza. Nessuno disposto ad ascoltarmi, nessuno disposto ad essermi amico… Solo Tu.

Tu che eri il mio sole sei divenuto l’intero mio mondo, sei diventato la motivazione per continuare a far battere il mio cuore e fremere la mia anima.

Ed io cosa ero per te? Ero una Splendente Luna in grado di cancellare con i suoi argentei raggi i fantasmi danzanti della tua mente, ero un gigante ai tuoi occhi disposto a proteggerti dalle peripezie della vita.

Tu sei un Sole Freddo.

Mi hai mentito, mi hai illuso, pendevo dalle tue parole e tu mi hai tradito, hai spezzato ogni mia sottile sicurezza per diletto, hai infranto ogni mia piccola fragile speranza per gioco. Tu sei un freddo vento sterile che con il tuo soffio hai ucciso ogni germoglio che era in me.

Non riesco ad odiarti, non voglio odiarti perché senza di te non avrei mai conosciuto il significato di parole come ipocrisia, falsità, crudeltà e per questo ti ringrazio: mi hai reso migliore, mi hai reso più forte.

Ora riesco a vedere con chiarezza dietro al velo delle lacrime che annebbia i miei sensi, tu non meriti nulla, tu non vali nulla, tu sei soltanto un piccolo fuoco fatuo che brucia nelle notti d’estate.

Ed io per te cosa stavo per fare? Come potevo offendere ancora il dono di Elonna? Che questo pugnale intriso del mio sangue sia l’arma della vendetta e della redenzione. Che questa cicatrice sul mio braccio sia il ricordo eterno del dolore più grande che abbia mai provato e.. del mio unico amore. Attenderò pazientemente il giorno in cui potrò piantare quest’arma sulla terra della tua tomba…

© 2003 "Il Senso delle Nuvole-Arcadia"