Argomenti trattati nelle rubriche del 6 ° numero di 29 febbraio

 

Versus: Tarzan e i bambini selvaggi La biblioteca di Alessandria: La ruota del tempo
Il crocevia dei mondi: I Gargoyle La Valle della Nebbia: Polvere di Vita e Neve Bianca
  Futuro Anteriore: Serie di fantascienza anni '70

 

 

 

Versus: Tarzan e i bambini selvaggi

autore: Stefano Soavi e Daniele Cuminetti

“Tarzan”

Spesso la grandezza di uno scrittore consiste nel creare personaggi talmente significativi e peculiari da riuscire sempre freschi e accattivanti, eroi in grado di incarnare i sogni, i desideri e le paure di più generazioni ed entrare in questo modo nell’immaginario collettivo. Si tratta di personaggi capaci di competere per fama con i loro stessi autori, come i Tre Moschettieri di Dumas o Robinson Crusoe di Defoe, ci si può addirittura chiedere se è più famoso Andersen o il brutto anatroccolo e la sirenetta.

Nell’ultimo secolo poi, la nascita delle più svariate forme di comunicazione, ha permesso a questo tipo di personaggi una diffusione enorme e un’emancipazione dal testo scritto talmente forte che, almeno quelli più moderni, hanno senza dubbio surclassato per fama i loro stessi autori. Se ad esempio citassimo LeBlanc McCulley o Ian Fleming ci sarebbe sicuramente qualcuno che non ha la più pallida idea di chi sono questi scrittori, eppure tutti noi conosciamo Lupin, Zorro o James Bond. Anche nella letteratura fantastica ci sono almeno due personaggi di questo tipo: Conan il Barbaro e Tarzan delle scimmie. Quest’ultimo caso è particolarmente significativo perché, se il Tarzan personaggio sarà sempre attuale come incarnazione di libertà, avventura e contatto con la natura, al contrario i romanzi di cui è protagonista sono stati, in diversi momenti storici, accusati di eccessive simpatie per il colonialismo, di maschilismo o addirittura di razzismo (effettivamente nel secondo romanzo della serie si possono trovare un paio di frasi abbastanza discutibili). Ma se Tarzan ha dovuto fare dei piccoli cambiamenti nel corso dei decenni, per adeguarsi al mutare delle coscienze, cosa possiamo dire delle sue scimmie? La domanda non è fine a se stessa, Burroghs probabilmente non sapeva niente dell’Africa, né tanto meno delle creature che la popolano e le più importanti ricerche sul campo dei primati africani sarebbero state avviate solo decenni dopo. Nonostante questo le sue scimmie continuano a essere attuali e incredibilmente le più moderne ricerche scientifiche non discordano nella sostanza con la descrizione degli artropodi creati da Burroghs.

La prima cosa da chiarire è chi sono le scimmie che allevano Tarzan; astutamente infatti Burroghs non dà un’ indicazione precisa della specie di appartenenza dei suoi primati, eppure possiamo farci un’idea di che tipo di animali si sta parlando dalla loro descrizione. Innanzitutto occorre considerare il titolo originale “Tarzan of the apes”. La lingua inglese, a differenza dell’italiano, distingue infatti le scimmie in monkey e ape, ovvero le scimmie antropomorfe, quelle senza coda, morfologicamente ed evolutivamente più vicine all’uomo. In Africa ci sono quattro specie di scimmie che rispondono al termine di ape: Due specie di gorilla e due di scimpanzé.

Tutte presentano numerose caratteristiche che le avvicinano alle scimmie di Burroghs, in particolare la vita di gruppo e lo straordinario attaccamento ai loro piccoli. Nel quarto capitolo tuttavia Burroghs restringe il campo: “But she (Kala la mamma adottiva di Tarzan) was still an ape, a huge, fierce, terribile beast of a species closely allied to the gorilla, yet more intelligent¸ which, whit the strength of their cousin, made her kind the most fearsome of those awe - inspring progenitors of man.”

Esclusi quindi i gorilla ci si può chiedere se si tratta di scimpanzè comuni o pigmei, tuttavia sotto molti aspetti i primati di Burroghs assomigliano decisamente più ai primi che non ai secondi. L’intelligenza spiccata e l’enorme forza fisica sono caratteristiche distintive dello scimpanzè comune, come del resto gli scatti d’ira apparentemente improvvisi dei maschi adulti e la presenza della carne nella dieta, gli scimpanzè sono anzi ottimi cacciatori in grado di organizzare vere e proprie battute di caccia con una precisa suddivisione dei compiti.

A questo punto possiamo porci la domanda più interessante, è possibile che una scimmia antropomorfa adotti un bambino umano? Quello che sembra verosimile è tutto il retroscena che precede l’adozione di Tarzan, la morte del piccolo naturale di Kala innanzitutto, dovuta a un incidente causato da un attacco d’ira del capo branco. La vita dei piccoli di scimpanzè non è certamente facile, benché sempre accuditi dai genitori e da altri membri del gruppo, questi cuccioli possono trovare dei problemi anche all’interno del loro branco. Sono stati osservati anche casi di infanticidio diretto da parte di maschi adulti non imparentati, per i quali questo comportamento rappresenta una strategia riproduttiva efficace, inoltre è stato segnalato un singolo caso di femmina che aveva l’abitudine di uccidere e cannibalizzare i piccoli di altre femmine. Infine anche il comportamento di Kala che, incapace di riprendersi dal dolore, vaga per la foresta portandosi dietro il piccolo morto, sembra avere riscontri nella realtà e sono stati osservati sia genitori che figli di scimpanzè presentare comportamenti emblematici e commoventi in presenza di famigliari morti tra cui appunto quello struggente presentato da Kala.

Stefano Soavi

 

“Feral Children”

Da Tarzan a Mowgli, e risalendo fino a Romolo e Remo, non sono rari nel mito ed in letteratura riferimenti a bambini adottati e cresciuti dalle più disparate specie animali, tuttavia un fenomeno simile non è mai stato osservato in modo rigoroso, di conseguenza è difficile stabilire con precisione la possibilità di un’adozione interspecie senza cadere nel campo delle congetture.

Va detto che, secondo alcuni autori, l’addomesticamento del cane da parte dell’uomo è iniziato proprio con questo sistema: un’adozione di cuccioli di lupo da parte di gruppi di uomini, e d’altra parte non mancano testimonianze, anche parzialmente documentate, di casi di bambini ferini, o feral children, come vengono chiamati i bambini cresciuti da animali in condizioni selvatiche. Si pensa addirittura che qualcuno fosse noto già ai tempi di Linneo.

Trattandosi in genere di animali con legami di parentela molto più vaghi di quelli che legano un uomo ad uno scimpanzé, oltre a rarità e mancanza di documentazione, almeno per quanto riguarda i casi più antichi, è lecito dubitare dell’autenticità, soprattutto se si considera che una larga parte delle testimonianze relative a questi eventi sono state diffuse in periodi storici in cui era popolare una visione romantica della natura che portava ad ipotizzare comportamenti umani ed animali che non avevano reale riscontro nei fatti. Inoltre è noto che i cuccioli dei mammiferi, uomo compreso, presentano una serie di caratteristiche morfologiche come l’assenza di zanne ed artigli in evidenza, occhi ed orecchie grandi, fisionomie goffe e tondeggianti, chiamate “segnali infantili”, che, oltre al caratteristico odore di latte, hanno probabilmente la funzione di stemperare l’aggressività naturale degli adulti. Si pensa dunque che le adozioni interspecie siano fenomeni possibili, seppure rari ed eccezionali, anche in conseguenza di questi fattori.

Esistono alcuni casi in cui adozioni di bambini da parte di alcune specie animali, di solito lupi o comunque specie dotate di strutture sociali e di branco, sono ritenute credibili e sono state oggetto di studi, fra i casi più recenti si possono ricordare quello di Victor di Aveyron e di Kaspar Hauser, ed in questo secolo di Amala e Kamala, due bambine, probabilmente sorelle, ritrovate, secondo il resoconto del reverendo J. A. L. Singh, insieme ad una cucciolata di lupi nei pressi di Midnapore, in India, nel 1920. Al momento del ritrovamento le bambine avevano un’età presunta di, rispettivamente, 8 anni e 18 mesi e, mentre quest’ultima morì in breve tempo, la prima visse per qualche anno e riuscì a quanto sembra ad imparare a deambulare in posizione eretta ed a pronunciare una trentina di suoni riconducibili ad altrettanti concetti. Nonostante esistano numerosi riscontri fotografici del caso delle due bambine, i resoconti presentano però versioni diverse e contrastanti, tali da far dubitare delle esatte circostanze del presunto ritrovamento.

Esistono altri casi molto più recenti, ma altrettanto scarsamente documentati. Nel 1983 la stampa keniana riportò la notizia di Kunu Rasela, un bimbo dell’età presunta di 6 anni, che era stato visto più volte mentre cercava cibo insieme ad un cane randagio alla periferia di Machakos. La sua maternità fu rivendicata da una donna di Nairobi che aveva riconosciuto nel bimbo il figlio, a suo dire abbandonato nel bosco dal marito. La stampa riporta anche che Kunu, sebbene selvaggio, fosse stato in grado di pronunciare qualche parola, quest’ultimo dettaglio in particolare, secondo recenti teorie neurologiche e psico-linguistiche, farebbe propendere per una bufala. Sempre nel 1983, in una palude a sud di Sumatra fu scoperta una ragazzina di circa 12 anni e si ritenne si trattasse di Imiyati, una bambina creduta annegata nel 1977 durante una gita, ma il cui corpo, a differenza di quello dei suoi compagni, non fu mai ritrovato.

Che fossero autentici o presunti, in ogni caso, tutti bambini selvaggi di cui si ha notizia hanno poco in comune, se non il fatto di aver condotto vite estremamente infelici. Nella maggior parte dei casi, le condizioni dei primi anni di vita avevano compromesso il loro fisico in modo irreparabile e, soprattutto in tempi passati, il rigido regime di rieducazione cui venivano sottoposti ed il trasferimento presso gli istituti antropologici di Londra o Parigi, ambienti per i quali il sistema immunitario di questi sfortunati era completamente impreparato, dava loro il colpo di grazia. Basti pensare che, prestando fede alle testimonianze delle varie epoche, il più longevo fra questi sarebbe vissuto fino a circa 17 anni, ma si tratta, secondo teorie più recenti, di una stima esageratamente ottimistica.

Daniele Cuminetti

 

Il crocevia dei mondi: I Gargoyle

autrice: Federica Noli

 

La leggenda.

Un'antica leggenda francese narra che nei dintorni di Ruen, in una caverna nei pressi della Senna vivesse un enorme drago che causava distruzione e morte nei villaggi della zona. Il mostro, che aveva sembianze di un grande rettile dotato di ali, veniva chiamato dagli abitanti del borgo Gargouille e la sua sete di sangue poteva essere placata solamente da annuali offerte sacrificali di giovani fanciulle. Intorno all'anno 600 giunse a Ruen un sacerdote che promise agli abitanti di liberarli dalla minaccia del mostro in cambio di una loro conversione e dell'edificazione di una Chiesa; il sacerdote esorcizzò il mostro e lo sottomise al suo potere legandolo con una corda ricavata dalla sua tunica, quindi lo portò lontano dal villaggio per bruciarlo sul rogo.

Il drago Gargouille così morì, ma la sua testa ed il collo, temperati dall'alito rovente, non vennero bruciati dal fuoco, furono perciò staccati dai resti del corpo e posti sulle mura di Rouen, come ricordo della liberazione dalla minaccia e divenne modello per i gargoyle dei secoli successivi.

I mostri e l'architettura.

La parola gargoyle deriva dal latino gurgulium, letteralmente significa esofago o gola, ma assume il significato onomatopeico di gorgoglìo dell'acqua che passa attraverso le grondaie e i doccioni. Un'altra definizione attribuisce alla parola gargoyle solamente il significato di sistema di scarico dell'acqua che cola da un tetto tramite una parte protesa verso l'esterno in modo da evitare che la stessa scorra sui muri, la cui pietra verrebbe rovinata. Questa è una visione sicuramente meno romanzata e più pratica per identificare questi mostri di pietra dalle fattezze di draghi, chimere, grifoni o leoni posti solitamente sui tetti delle cattedrali, delle abbazie e di molte costruzioni sparse in Europa. A partire dal X-XI secolo si diffuse in Europa l'utilizzo del marmo e della pietra calcarea per costruire i doccioni che in questo modo poterono essere scolpiti ed adattati artisticamente alla struttura dell'edificio.

Il mistero che circonda questi mostri resta irrisolto da quattromila anni, infatti già nel medioevo si conoscevano tecniche differenti per deviare l'acqua piovana dalle pareti di pietra e non possiamo nemmeno attribuire ai gargoyle funzioni artistiche di abbellimento, dato che nella maggioranza delle cattedrali europee le figure si trovano troppo in alto per poter essere visibili e a volte sono nascoste da guglie ed altri elementi architettonici.

Il mistero dei Gargoyle.

A cosa servivano dunque questi spaventosi animali? La creatività visionaria del medioevo scolpì gargoyle di diverse forme, combinazioni di animali e uomini, facce sorridenti o contorte dal dolore e deformi, figure demoniache, esseri ibridi formati da più animali che osservavano dai tetti e dai doccioni delle cattedrali.

L' elemento architetturale attraversò i decenni cambiando forme ed espressioni, giungendo alla file del XIII secolo come sculture particolareggiate e curate nei dettagli, alte fino ad un metro, prendendo via via sempre più le sembianze umane ed abbandonando quelle animali.

La simbologia del gargoyle è incredibilmente complessa: ogni scultura assume una connotazione positiva o negativa nel corso degli anni, assumendo spesso significati ambigui e ambivalenti, interpretando l'eterno conflitto tra bene e male, tra celestiale e demoniaco, tra spirituale e materiale. Da particolari architettonici i mostri si trasformano in avvertimenti per il popolo, un monito ad osservare le leggi della Chiesa, pena la trasformazione in figure mostruose: il viso contratto e i corpi affetti da deformità simboleggiavano il tradimento, l'eresia e la bestemmia, chiari riferimenti al male che crea nell'uomo, attraverso il peccato, la sofferenza.

Le rappresentazioni di queste figure sono retaggio dell'universo pagano: un mondo di simbologie che unisce diverse culture, un universo mitico di bestiari con descrizioni ed illustrazioni di animali reali e fantastici appartenenti a terre lontane o a fantasie e sogni, rimescolati e riadattati ad impersonare le colpe dell'umanità basata sulla credenza radicata che la degenerazione spirituale portava con sé, inclusa quella fisica.

 

La biblioteca di Alessandria: La ruota del tempo

autore: Matteo Bagatin

"La Ruota del Tempo gira e le epoche si susseguono, lasciando ricordi che diventano leggenda; la leggenda sbiadisce nel mito, ma anche il mito è ormai dimenticato, quando ritorna l'Epoca che lo vide nascere."

Questo è l'inizio della saga fantasy più famosa e attualmente seguita al mondo: la Ruota del Tempo.

Come si capisce fin dalle prime righe è un'opera di ampie vedute che condurrà il lettore in una lettura infinita o quasi, data la lunghezza dell'opera (entro l'anno saranno 11 volumi, di 1000 pagine circa l'uno) .

Il Tempo, così importante nella trama, è ciclico e le vite degli uomini, così come tutti gli avvenimenti importanti, si ripetono per sempre.

Ma l'essere malvagio, noto come il Tenebroso, vuole spezzare questa ciclicità e distruggere la Ruota. Per contrastarlo in ogni Era è destinato a nascere il Drago Rinato, che, sconfiggendo e sigillando il Tenebroso, porterà ordine ma anche distruzione, in quanto dovrà spezzare il mondo per poi riforgiarlo a suo piacere.

Il mondo ora vive nella Terza Era ma brutti presagi incombono, sembra che il Tenebroso si stia liberando dai sigilli e le guerre contro i suoi servitori stanno ormai scoppiando in varie zone. Ogni giorno le battaglie con l’esercito dell’Ombra diventano più frequenti e più cruente, ed il Male avanza sempre più nelle Marche di Confine, primo avamposto della città, da sempre a contatto con il nemico e con la minaccia dell’invasione… ma l’Ombra calerà anche su Emon’s Field, tranquillo paese in una zona dove nessuno conosce ciò che sta accadendo nel resto del mondo e dove ora tutti sono impegnati con i preparativi della festa di primavera.

Da qui prende il via una storia non ancora finita, ma che riesce ad appassionare, ad incantare e a stupire man mano che si prosegue con la lettura.

Il merito di tutto questo è da attribuire a Robert Jordan, che con la sua immaginazione ed il suo modo di scrivere riesce a descrivere dettagliatamente ogni cosa, senza mai annoiare il lettore.

Riesce inoltre a creare un mondo fantastico, con svariati regni e popoli, ognuno con la sua cultura e le sue tradizioni; ed è proprio questo, per Jordan, il vero filo conduttore dei suoi libri: una seria riflessione sulle difficoltà relazionali fra culture diverse, popoli diversi, e fra le persone stesse.

Tutto questo però non è visibile ad una lettura molto superficiale; l'attenzione è focalizzata sui protagonisti, splendidamente caratterizzati e tratteggiati, ma si potrà notare come ogni civiltà, col passare del tempo, muti, in costante cambiamento, proprio come avviene nel mondo reale.

Note sull’Autore:

Robert Jordan, il cui vero nome è James Oliver Rigney Jr, è nato il 17 ottobre 1948 a Charleston, nel South Carolina, dove ancora vive.

Combattè nella guerra del Vietnam e durante gli anni 80 cominciò a scrivere alcuni racconti su Conan, l’eroe creato da Robert E. Howard negli anni 30. Il successo arrivò con la saga “La Ruota del Tempo”

Libri:

The Fallon Blood (1980)

The Fallon Pride (1981)

The Fallon Legacy (1982)

Cheyenne Raiders (1982)

Conan the Invincible (1982)

Conan the Defender (1982)

Conan the Unconquered (1983)

Conan the Triumphant (1983)

Conan the Magnificent (1984)

Conan the Destroyer (1984)

Conan: The Victorious (1984)

Wheel of Time - 1. The Eye of the World (1990) (in Italia L’Occhio del Mondo, Fanucci 2002)

Wheel of Time - 2. The Great Hunt (1990) (in Italia La Grande Caccia, Fanucci 2003)

Wheel of Time - 3. The Dragon Reborn (1992) (in Italia Il Drago Rinato, Fanucci 2003)

Wheel of Time - 4. The Shadow Rising (1992) (in Italia L’Ascesa dell’Ombra, Fanucci 2004)

Wheel of Time - 5. The Fires of Heaven (1993) (in Italia I Fuochi del Cielo, Fanucci 2004)

Wheel of Time - 6. Lord of Chaos (1994)

Wheel of Time - 7. A Crown of Swords (1996)

Wheel of Time - 8. The Path of Daggers (1998)

Wheel of Time - 9. Winter’s Heart (2000)

Wheel of Time - 10. Crossroad of Twilight (2002)

Wheel of Time - Prequel - New Spring (2003)

 

La Valle della Nebbia

autore: Cristian Manzini

 

Polvere di vita

Neve bianca come fine polvere di stelle incontro ai miei occhi cadi

nutrendo la mia mente di pallida solitudine,

scompare come mai esistita ma continua a scendere

curvando nell’aria su scie invisibili

le vedo, luminose e fugaci nell’attimo appena trascorso,

neve bianca e limpida scendi a purificarmi,

assorbi ed imprimiti dei miei sporchi pensieri,

coprimi, come una statua che immobile aspetta il giudizio del cielo,

coprimi e soffoca la mia tristezza,

mostrami la discesa delle lacrime delle nuvole....

bianca neve sii il manto che avvolgerà la mia morte.....

 

Neve Bianca

Polvere di vita, sulla terra depositata

non c’è traccia della forma,

integra, vera, troppo fuggente,

si rifugia nei sogni,

lì nel fiume che impetuoso travolge la ragione,

cenere nel vento, sottile ed inafferrabile

leggera scende come neve invisibile sulla arida terra

segno di rara malinconia, avvolge le spalle

come un mantello di tristezza, pesante, profondo

sabbia di un deserto impalpabile che fluttua nell’aria

ci inghiotte e ci strappa via lentamente la ragione

quella lucidità che è in pasto a demoni così umani

che si stenta a considerarli tali

polvere di vita, resti si sogni e speranze

che nello sfuggire degli attimi si perdono

trasportata dal vento e dalla pioggia

abbandonata nel calmo ed inesorabile scorrere del tempo......

 

Futuro Anteriore: Serie di fantascienza anni '70

autore: Giampaolo Rai

Apriamo la rassegna degli anni settanta con “A come Andromeda”, una serie in cinque episodi prodotta in Italia e tratta dall’omonimo romanzo di Sir Fred Hoyle e John Elliot.

Ambientata in Inghilterra l’anno prossimo, come si avvertiva all’inizio di ogni episodio, la storia racconta come un segnale in codice binario proveniente dalla galassia di Andromeda venga intercettato da un nuovo radiotelescopio, fornendo in questo modo la prova dell’esistenza di intelligenze extraterrestri.

Il professor Fleming, geniale astronomo interpretato dall’ottimo Luigi Vannucchi, riesce a decifrare la comunicazione, che si rivela essere il piano per la costruzione di un supercalcolatore, il governo decide di iniziare a costruire questa fantastica macchina, che appare in grado di far compiere un vero e proprio balzo al progresso umano.

Ma non appena entrato in funzione il computer inizia a richiedere dati sulla biologia umana, e fornisce le istruzioni per creare una cellula vivente che inizia a crescere sino a diventare un essere vivente, una donna che viene chiamata Andromeda, interpretata da Nicoletta Rizzi.

Nel frattempo l’intreccio si infittisce, e si comincia a scoprire che non tutti sono quello che sembrano, per esempio l’addetta stampa del progetto, Judy Adamson (la cui interpretazione consacrò definitivamente Paola Pitagora), è in realtà un agente del controspionaggio.

A peggiorare la situazione la INTEL, un’organizzazione criminale, inizia a interessarsi al progetto, e il dottor Fleming inizia a chiedersi se non sia meglio uccidere la donna uscita dall’incubatrice, mentre i militari meditano di utilizzarla per i loro scopi.

La buona sceneggiatura, scritta da Inisero Cremaschi, che ebbe anche una parte nello sceneggiato, l’abile regia di Vittorio Cottafavi, la splendida recitazione e il tema attuale ancora oggi rendono “A come Andromeda” un prodotto di ottimo livello, che non sfigura di fronte a produzioni d’oltremanica e oltreoceano . Chi lo ha visto lo ricorda con piacere, chi non lo ha visto non perda l’occasione di guardare una delle rare repliche che ogni tanto vengono trasmesse dalla RAI.

 

Nel 1968 uscì nelle sale cinematografiche il film “Il pianeta delle scimmie”, con Charlton Heston, il capostipite di una fortunata discendenza costituita da altri quattro film, una collana di fumetti e una serie di telefilm che venne trasmessa nel 1974, oltre a un remake non del tutto convincente diretto da Tim Burton nel 2001.

La trama della serie televisiva ricalca quella del primo film, con un’astronave lanciata nell’anno 1980 che ricade sulla Terra nel 3085, quando le scimmie sono ormai diventate la specie dominante, sostituendo la razza umana regredita a uno stadio barbarico dopo una guerra atomica.

L’unico pregio della serie era costituito dallo straordinario trucco impiegato per trasformare gli attori in scimmie, un vero capolavoro di make-up, purtroppo il resto era a un livello mediocre.

Alan Virdon e Peter Burke, i due astronauti superstiti, vivranno diverse avventure cercando un sistema per tornare al loro tempo, peraltro senza riuscirvi, infatti la serie durò quattordici episodi di una sola stagione, terminata la quale lo scarso successo indusse la Twentieth Century Fox a interromperla.

 

Dallo spirito creativo di Sylvia e Gerry Anderson nasce nel 1975 la celebre serie “Spazio 1999”, trasmessa con successo anche in Italia a partire dal 1976 e prodotta dall’inglese ITC e dalla RAI.

Lo spettacolare antefatto era costituito dalla fuga verso lo spazio profondo del nostro satellite naturale, la Luna, a causa dell’esplosione di scorie nucleari sconsideratamente accumulate nel corso degli anni e portate al punto critico da forti campi magnetici.

La data dell’uscita dall’orbita è il 13 settembre 1999, da quel giorno per gli occupanti della base lunare Alpha le avventure non mancheranno.

Pur con un budget ridotto gli effetti speciali erano convincenti, specie le bellissime astronavi Aquila, e gli attori di buon livello, con Martin Landau nella parte del comandante della base John Koenig, Barbara Bain nella parte della dottoressa Helen Russel, responsabile del centro medico, e Barry Morse che interpreta Victor Bergman, scienziato che si trova per caso sulla Luna il 13 settembre fatidico.

Nella seconda stagione al cast si aggiunse l’aliena Maya, interpretata da Catherine Schell, mentre Victor Bergman, assieme a due personaggi minori, sparisce in modo misterioso.

I 24 episodi della prima stagione ebbero un buon successo, tanto che vennero girate altre 24 storie, purtroppo senza lo spessore delle prime, a questo punto la serie venne interrotta, rimanendo però nel cuore di numerosi appassionati.

 

Un alieno inviato sulla Terra per studiarne gli abitanti e le loro abitudini per assimilarli, un tema molto sfruttato nella fantascienza, ma quando l’alieno arriva dal pianeta Ork e si chiama Mork il divertimento è assicurato.

Il personaggio di Mork ha fatto la sua prima comparsa nel 1978, in un episodio di "Happy Days" nel corso del quale viene inviato sulla Terra a rapire Richie, ma il personaggio ebbe un tale successo da pensare di creare una serie tutta dedicata tutta a lui. Nacque così un serial vero e proprio, nel quale l'esploratore spaziale impersonato da Robin Williams viene inviato dal capo Orson sulla Terra, dove incontra e fa amicizia con una giovane donna, Mindy, interpretata da Pam Dawber.

La serie debuttò nel 1978 ed ebbe una durata di 95 episodi per quattro stagioni, costituendo un ottimo trampolino di lancio per il giovane Robin Williams, che ottenne il Golden Globe per la sua interpretazione.
I due attori principali ebbero per la prima stagione un People's Choice Award a testa, evidente riconoscimento dell’estrema originalità della serie.
Mork è molto lontano dalla mentalità terrestre e ha alcune particolarità diciamo così spiccate, a esempio beve con il dito, particolare evidenziato anche nella sigla “…se prendo il the non proprio come fai te…”, può viaggiare nel tempo grazie alle scarpe e, come tutti gli Orkiani, nasce adulto e diventa bambino.

Atterrato a Baulder, Colorado, Mork riesce a comprendere gli uomini e si umanizzerà a sua volta, sino a sposare Mindy, dalla quale avrà anche un figlio, nato naturalmente adulto, Mearth.
I piani di Orson resteranno frustati, sarà per un’altra volta, Vostra Grassezza, Na-no, Na-no.

 

Libera dal lavoro e circondata da un ambiente protetto da una grande cupola , l’umanità sembra aver raggiunto l’età dell’oro, e vive ricercando ozio, piacere e libero amore, protetta da un grande calcolatore chiamato “The Thinker” (Il Pensatore).

Unico neo di questa idilliaca situazione la necessità di affrontare, una volta arrivati a trenta anni il rito di rinnovamento del Carousel, un metodo elegante e spettacolare per evitare la sovrappopolazione, chi rifiuta di sottoporsi alla cerimonia viene inseguito e “ritirato” dai Sorveglianti della Città.

Uno di questi, Logan-5, viene incaricato di trovare il mitico Santuario, rifugio di chi riesce a fuggire dalla città, ed entra in contatto con una ragazza appartenente alla resistenza, Jessica-6, con la quale si mette alla ricerca del leggendario rifugio.

Questo il tema del film “La fuga di Logan” del 1976, e dal quale derivò la serie televisiva omonima, che venne trasmessa nel 1977, con Gregory Harrison nei panni di Logan e l’affascinante Heather Menzies in quelli di Jessica.

Purtroppo la serie televisiva non ebbe il successo del film, e venne bruscamente interrotta dopo quattordici episodi, senza nemmeno terminare gli ulteriori quattro episodi previsti.

 

Lontano nello spazio , ma vicino nel tempo, dato che la storia si svolge nel nostro anno 1980, esisteva una comunità di mondi abitati da esseri umani, dodici pianeti che in una sola, terribile, notte vennero attaccati e distrutti a tradimento dai temibili Cyloni, una razza guerriera da tempo immemore in guerra con gli uomini.

All’attacco, sferrato con l’aiuto del traditore Baltar durante i negoziati di pace, sfuggiranno soltanto 220 navi stellari, che partiranno alla ricerca della tredicesima colonia del genere umano: la mitica Terra.

Alla guida del convoglio vi è la nave stellare Galactica, al comando dell'anziano comandante Adamo (Lorne Greene) e del colonnello Tigh (Terry Carter), per difendere le astronavi dagli attacchi dei Cyloni vengono impiegate delle squadriglie di caccia Viper, fra i piloti dei caccia vi sono i due veri protagonisti della serie: il capitano Apollo (Richard Hatch) ed il suo amico tenente Scorpion (Dirk Benedict).

Prodotta da Universal Television e Glen A. Larson, la serie “Battlestar Galactica”, conosciuta in Italia semplicemente come “Galactica”, venne trasmessa per la prima volta su ABC nel settembre 1978, conoscendo un successo immediato.

Ai ventidue episodi della prima serie seguirono uno spin-off di livello decisamente inferiore , che venne interrotto dopo dieci episodi e un film di discreto successo.

La serie è stata ripresa a più di venti anni di distanza in quindici episodi, replicando il successo della prima stagione e ricalcandone quasi perfettamente la trama.

 

Sempre nel 1978 iniziarono le trasmissioni di "Project U.F.O.", una serie che ebbe un buon successo iniziale ma che perse rapidamente d’interesse, venendo interrotta dopo due stagioni e 26 episodi.

La serie era tratta da un programma dell' Aeronautica Militare Americana, conosciuto come il "Progetto Blue Book", teso a provare o smentire l’esistenza di alieni nei cieli della Terra, ovviamente allo scopo di valutarne la minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, un tema molto simile a quello di X-files, serie che ottenne ben altro successo.

Prodotto dalla compagnia di produzione Mark VII Limited e trasmessa dalla NBC la serie era interpretata da William Jordan (nel ruolo del Maggiore Jake Gatlin, sostituito nella seconda stagione da Edward Winter, che interpretò il Capitano Ben Ryan) e da Caskey Swaim (nel ruolo del Sergente Harry Fitz).

 

Ben altro spessore e risonanza ebbe la serie “Zaffiro e Acciaio”, commissionata dalla ITC e prodotta negli studi della ATV tra il 1979 e il 1982, una delle migliori e più seguite serie di fantascienza mai prodotte.

Difficilmente classificabile, a metà tra la fantascienza, il thriller psicologico e il fantasy , la serie era imperniata sulle avventure di due agenti, inviati da un’entità che potrebbe essere aliena o provenire da un’altra dimensione allo scopo di “regolare le anomalie”dotat e di poteri superumani.

Zaffiro e Acciaio fanno parte di una squadra formata da 127 agenti dei quali solo 115, gli elementi non transuranici, possono venire impiegati nelle zone con presenza di vita.

Il budget a disposizione per girare gli episodi era minimo, per questo gli episodi erano girati quasi tutti in interni e senza l’utilizzo di oggetti particolari o effetti speciali, con dialoghi ridotti al minimo, data anche la telepatia dei personaggi.

La tensione narrativa era incentrata sull’interpretazione e sulle atmosfere oscure e claustrofobiche, David McCallum nei panni di Acciaio e la splendida Joanna Lumley in quelli di Zaffiro sono estremamente convincenti, sceneggiatura e regia si uniscono e tengono lo spettatore con il fiato sospeso per tutta la durata degli episodi.

Molti gli elementi originali, a cominciare dalla mancanza dei titoli dei veri episodi per proseguire con la mancanza di criminali o avversari, in Zaffiro e Acciaio le minacce derivano da anomalie di origine ignota, pericolose , ma impersonali, tranne che nell’ultima avventura, quando ai danni dei due agenti viene architettata una vera e propria trappola.

L’ultima immagine dell’ultimo episodio vede Zaffiro e Acciaio guardare da una finestra sospesa nel nulla, intrappolati forse per sempre, in tutto la serie durò per complessivi 34 episodi che compongono 6 magnifiche avventure, degno passaggio tra gli anni settanta e gli anni ottanta.

© 2003 "Il Senso delle Nuvole-Arcadia"